Inseguendo i sakura XVIII – Ultima tappa: Kyōto (parte II)

La mini-guida per argomenti su Kyōto continua dal discorso iniziato prima della ricreazione. (Quel discorso fa parte di uno più ampio iniziato qui).

Inseguendo i sakura XVIII – Ultima tappa: Kyōto (parte II)

Bucolichìa e corolle variopinte: un parco e giardino botanico

La categoria si spiega da sé, e non c’è poi molto da commentare: se volete fare un picnic, passeggiare su romantici ponti di pietra ascoltando il frusciare delle fronde o semplicemente sdraiarvi su una panchina a rilassarvi, mentre contemplate la bellezza del creato, il Maruyama Kōen, nel quartiere di Higashiyama Sud, è quello che fa per voi. Immagino che in una città come Kyōto questo sia l’ennesimo di una sfilza di parchi bellissimi, ma siccome è l’unico che ho visitato, e secondo me merita, io lo sponsorizzo.

“Di dove sei?” “Italiana” “Io adoro l’Italia” disse aprendo il suo borsone pieno zeppo di cianfrusaglie e tirando fuori la miniatura di uno scudetto in tessuto col tricolore “adoro l’Italia e faccio origami. Ti insegno, vuoi?”

(A dirla tutta, sono anche stata a spasso nel parco del Palazzo Imperiale: avevo letto che l’esterno merita molto più dell’interno, eppure non mi ha detto granché. Ma fu una passeggiata breve, pioveva ed ero stanca, perciò se tornassi a Kyōto, un’altra possibilità gliela darei, magari con più calma)

Poi, chi come me ama a livelli fetish giardini botanici e colori sgargianti e si trova a Kyōto nel pieno della primavera, non può proprio esimersi da una visita ai PRIMI giardini botanici pubblici del Giappone: ben 24 ettari di fogliame, bouquet e angoli vegetali variopinti molto instagrammabili, per un’esperienza floreale all you can eat.

Posti del (mio) cuore – 1: Higashiyama Sud

Higashiyama Sud mi è rimasto nel cuore principalmente per le sue stradine accoglienti, bordate di edifici in stile tipicamente giapponese, dove mi sembrò, ancora una volta, di respirare l’essenza del Giappone. Non so se fosse una sensazione azzeccata oppure no, ma io in quelle viuzze, tra abitazioni normalissime e negozietti molto originali, nel miscuglio di abitanti del quartiere e turisti in visita, nel contrasto perfettamente armonioso tra le scene di vita quotidiana e i volti (come il mio) illuminati dal fascino della novità, in quell’atmosfera io ero in pace, e cercai di respirarla a pieni polmoni, e di memorizzare quanti più dettagli possibile.

A pranzo in un posticino minuscolo che oltre a far da mangiare vendeva vestiti vintage e accessori, di cui purtroppo non ricordo il nome
Un negozio di design

Credo di esserci riuscita, perché se mi concentro, riesco per qualche secondo ad immergermi in quell’atmosfera ancora oggi, e perché quei dettagli riesco ancora perfettamente a visualizzarli davanti a me.

Posti del (mio) cuore – 2: Arashiyama

Ciò che rende Arashiyama famosa in tutto il mondo è una foresta di bambù altissimi, e tutti coloro che visitano Kyōto si ripromettono di visitarla. È effettivamente un luogo quasi magico e dall’atmosfera incantata, soprattutto se non si è familiari con il carattere particolarmente infestante e megalomane del bambù.

Ciò che fece innamorare me, però, sono gli altri tesori nascosti tra la vegetazione fittissima delle pendici dei monti orientali di Kyōto, lungo cui Arashiyama si estende. Innanzitutto, il tempio zen e patrimonio UNESCO Tenryū-ji, il cui accesso nord è proprio in corrispondenza dell’inizio della foresta di bambù. La maggior parte di ciò che vediamo oggi risale al periodo Meiji (1868-1912), perché, come al solito in Giappone, le varie versioni di questo tempio furono puntualmente divorate da incendi ripetuti; il giardino meraviglioso che fa da sfondo all’edificio principale del tempio, però, è praticamente rimasto com’era all’epoca della sua progettazione e della prima costruzione del tempio, nel XIV secolo.

Ovviamente, il giardino per me fu il maggiore highlight della visita, anche se non era mia intenzione non scattare alcuna foto del resto… 

Alla cima del bosco di bambù, invece, si trova un’altra gemma di questo quartiere, un altro di quei posti dall’atmosfera fatata, come rimasta immobile in un tempo antico: la villa Ōkōchi-Sansō era la casa di un attore di film sui samurai ed ha un enorme giardino su più livelli con scorci suggestivi su tutta la città. L’ingresso è a pagamento, ma include un tè matcha e un dolcetto, che vengono serviti in una pagoda della villa.

Infine, a pochi minuti da Ōkōchi-Sansō, c’è la capanna Rakushisha, che apparteneva a un discepolo di Matsuo Bashō, che è il più famoso poeta di haiku, brevi componimenti poetici di 17 sillabe, tipici della letteratura giapponese.

Aldilà degli edifici in sé, per me il bello di Arashiyama è camminare sui sentieri nei boschi, perdersi tra i giardini, i templi e i piccoli belvedere sparsi ovunque, respirare l’odore dell’erba bagnata (se, come me, ci passate in un giorno di pioggia) e lasciarsi accompagnare dai suoni della campagna, e dalle voci ovattate dei turisti che, più in là, visitano le attrazioni famose.

Cibo

Cosa diavolo ho mangiato a Kyōto? E chi se lo ricorda… a parte il caffè Illy e il pasto immortalato più su mentre esploravo Higashiyama Sud, blackout.

Molti turisti amano pranzare o fare merenda al mercato Nishiki, nel centro di Kyōto, ed è un’esperienza affascinate, in cui lasciarsi sorprendere dalla quantità di cibi assurdi che i giapponesi consumano quotidianamente, e che noi non potremmo mai aspettarci.

Shopping: tre posti a caso

Chi mi conosce sa che sono una feticista non solo della flora, ma anche dei prodotti di cartoleria: Rakushikan è il tempio della carta di Kyōto, in cui trascorsi almeno due ore a passare in rassegna carta da lettere, biglietti di auguri e sculture in carta fatti a mano, washi tape, scatole e altre meraviglie di cartoncino. Consigliatissimo a tutti i nostalgici delle lettere scritte a mano come me.

Superstiti

Per degustare e acquistare dell’ottimo tè (a prezzi, onestamente, non proprio stracciati), il negozio Ippōdō, che ha un’antica tradizione, un assortimento di tè giapponese completo, uno staff competente e una bella saletta per rilassarsi, direi che è perfetto.

A due passi da Ippōdō, poi, scovai per caso Petit à petit, una bottega nata dalla collaborazione di una bravissima illustratrice (Nakamura Yuki) e di un direttore della stampa tessile (Okuda Masahiro), che erano amici da piccoli e, ritrovatisi dopo molti anni, decisero di mettere insieme i loro talenti per aprire un negozio di artigianato tessile giapponese, stampato con le illustrazioni di Nakamura Yuki, che è una donna gentilissima (era in negozio) e innamorata di Parigi. Il francese usato per il nome del negozio e di molti pattern stampati sui prodotti è proprio un omaggio alla Francia.

Hanami (contemplazione dei ciliegi in fiore): ultimo atto

Per il mio ultimo hanami prima di rientrare in Europa, scelsi la ferrovia abbandonata di Keage, poco lontano dal tempio Nanzen-ji e da Higashiyama Nord. Ormai in disuso, queste rotaie in pendenza attraggono molto visitatori (locali e non) durante la stagione della fioritura, ed erano una delle poche mete che avevo pianificato per Kyōto. Quel posto ha il fascino un po’ decadente, un po’ romantico e insieme parecchio malinconico di tutte le cose abbandonate e di tutte le ferrovie (ma il fascino delle ferrovie, mi rendo conto, potrebbe esistere solo per me).

Quando arrivai al pendio di Keage, mi accorsi che il culmine della fioritura era già passato: molti fiori erano già caduti dai rami e i loro petali ricoprivano la ferrovia di un tappeto rosato. Il “fronte di fioritura” si era già spostato verso nord, per stravolgere altri spettatori e altri sfondi con la sua bellezza.

Il paesaggio era comunque bellissimo, e mi sembrò sensato che, a poche ore dal mio volo di ritorno, giunta alla fine di quella bellissima vacanza, fossi testimone del “declino” di quel fenomeno mozzafiato e fugace che (come la vita stessa) è l’esplosione dei fiori di ciliegio sugli alberi.

Pensai che il cerchio si stava chiudendo: era tempo di tornare a casa, e io, sebbene fossi un po’ malinconica, mi sentivo pronta. 

***

EPILOGO (o “se devi accollarti, fallo fino in fondo”)

È stata dura, e a volte non proprio allegra, ma ce l’ho fatta.

Sono sollevata: ho portato a termine una cosa e sono finalmente libera da pendenze autoimposte. D’altra parte, mi sento anche un po’ svuotata, e mezza inquieta: non ho più scuse per non scrivere il magnifico romanzo che scalpita dentro di me da tempi immemori, o per non lavare i pavimenti; sono finiti gli alibi per non fare la vita sociale che non ho mai desiderato; si è ridotta la rosa di impegni a cui è possibile imputare la mia riluttanza impossibilità di rispondere al telefono. Che si fa, ora? Sarò ancora la stessa? Come mi comporterò? (Domande da fase 2, insomma)

Fregnacce e allegorie a parte.

Non c’è una morale, un “cosa ho imparato” (se non che dovrei essere più celere nel fare le cose). Sono felice di essere riuscita a mettere insieme i ricordi rimasti, le foto più significative e i momenti più buffi, e se serviranno ad ispirare, a raccontare qualcosa di nuovo a qualcuno, o a far viaggiare con l’immaginazione, ne sarò felice; altrimenti, resteranno a me: li rileggerò, li ripercorrerò ancora, quando la memoria inizierà a vacillare, e sarà bello.

Per ora, mi auguro di tornare al più presto libera di desiderare, e di programmare di conseguenza: non appena sarà possibile, farò ritorno, col cuore aperto e le braccia spalancate, nel Paese del Sol Levante, e recupererò tutto il tempo perduto nel frattempo.

Grazie, a chi lo ha fatto, di avermi seguita, ora come allora.

Sayonara,

Carlotta.

(Fine.)

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