INSEGUENDO I SAKURA XVII – Ritorno al Kansai: Nara

Delle mie 24 ore a Nara, una città deliziosa, in cui spero di tornare prestissimo, nonostante il mio impatto non sia stato dei migliori.

(Inseguendo i sakura, il mio diario di viaggio in differita sul Giappone, inizia qui, mentre la scorsa puntata si trova qui)

***

3 aprile 2018

Arrivai a Nara mezza addormentata: la notte precedente non ero riuscita a riposare bene, e per quel che potei, dormii un po’ durante il viaggio. Di quel viaggio non ho più alcuna memoria ma, nelle pagine di diario scritte subito dopo, lo definivo un “viaggio della speranza”, che in circa tre ore (e, a questo punto, immagino, con diversi cambi) mi aveva portata via da Takamatsu, via dall’isola di Shikoku, verso nord-est, fino ad arrivare, appunto, a Nara. Ero di nuovo nello Honshū, e precisamente di nuovo nell’area denominata Kansai, dove si trovano le città di Osaka, Kyōto, Kōbe, Nara. Avevo grandi aspettative sulla città e, in generale, sui miei ultimi quattro giorni in Giappone, anche se iniziavo a sentirmi stanca.

Arrivata a Nara verso l’ora di pranzo, avevo fame, e per la prima volta in quella vacanza realizzai di avere voglia di qualcosa di diverso dal cibo giapponese. Feci una cosa dalla quale la turista incorruttibile che è in me pensava, ingenuamente, di essere immune, una debolezza che mi ripromisi di tenermi per me. Superfluo spoilerare che non fu mantenuta neanche questa promessa. 

Il Mellow Café di Nara si trova in un vicolo nei paraggi della stazione dei treni di Kintetsu Nara, dove avevo lasciato i bagagli per il mio pomeriggio di esplorazione della città. Il personale, per quello che potei vedere, era giapponese, ma mi feci l’idea che tutti, in quel locale, dovessero sapere molto bene quello che facevano o avere degli insegnanti di tutto rispetto, perché la Margherita che mi servirono era davvero squisita, dalla crosta alla passata di pomodoro, dalla mozzarella al basilico fresco e profumato. Piccola, ma buonissima: la Lonely Planet, del resto, non sbaglia mai.

Dopo pranzo feci un itinerario che riuniva le attrazioni principali della città, prima tra tutte il Todai-ji, un complesso templare sconfinato e quasi sempre gremito di turisti ansiosi di vedere due cose: il grande Buddha (Daibutsu) dorato che svetta nel padiglione principale del tempio e, cosa per loro molto più importante, i cervi che razzolano indisturbati per tutto il complesso sacro, ingozzandosi del cibo e delle carezze donate loro a profusione.

Ma io – modestamente – vengo dalla Svizzera: dall’alto della mia spocchia e della mia irritabilità du jour, quegli animali mi sembravano semplicemente giustapposti a caso, in uno scenario che per me, semplicemente, non li prevedeva.

Al Todai-ji, poi, c’era troppa gente per i miei gusti e per le mie energie. In tutta Nara, per quel che avevo visto sino a quel momento, c’era semplicemente troppo macello, troppo turismo, troppa poca autenticità. E io, semplicemente, ero poco riposata, per cui trascorsi quelle ore in modo abbastanza passivo.

Ciò di cui, nel mio torpore del momento, non mi rendevo conto, era il contrasto netto tra gli scenari molto bucolici e molto poco frequentati del Kyūshū e dello Shikoku, e l’ambiente ben più mainstream della regione del Kansai: avevo fatto una transizione, e lì per lì non lo avevo realizzato, per quanto qualcosa di me se ne stesse rendendo conto.

Finito il giro „istituzionale“, passai un po’ di tempo in un negozio della galleria di Kintetsu Nara, dove acquistai del tè e qualche regalo; poi, recuperai la valigia dagli armadietti della stazione e presi un taxi verso il ryokan che mi avrebbe ospitata quella notte, e che fu tra le esperienze più belle di quelle due settimane, insieme con la sua dolcissima proprietaria.

Ebbi un’accoglienza calorosa: la grazia del quartiere, tranquillo e meno centrale, dove si trovava il ryokan, i sorrisi e la disponibilità della proprietaria, l’alloggio in sé, tradizionale e, semplicemente, bello… posai i bagagli nella mia camera e feci quattro chiacchiere con la proprietaria, di cui mi rammarico di non ricordare il nome e che mi indicò dove avrei potuto cenare e che passeggiata avrei potuto fare il mattino seguente. Il mio umore era già nettamente migliorato, e fui pervasa da quel desiderio ricorrente che mi assale appena arrivo in un posto che mi conquista all’istante: vorrei potermi fermare qui senza sapere fino a quando.

La sera, per cena, tornai a piedi in centro e decisi di provare l’okonomiyaki, in un locale dove dovetti fare molta fila per entrare. Mi piacque, ma è decisamente un mappazzone.

Più tardi, tornata al ryokan, sentii la coppia di ospiti che alloggiavano nell’altra camera accordarsi con la proprietaria per l’orario della colazione, per poi comunicarle a mia volta che avrei fatto colazione al loro stesso orario, dato che morivo dalla voglia di fare quattro chiacchiere e scambiare impressioni di viaggio con altri viaggiatori.

La mattina seguente, la colazione giapponese ci fu servita nella sala comune del ryokan, la consumammo tutti assieme raccontandoci delle nostre vite e chiacchierando anche con la proprietaria: questo è uno dei momenti della mia vacanza che ricordo con più nostalgia e affetto. Sembra superfluo aggiungere che il cibo era delizioso, e che la voglia di cibo giapponese mi era ritornata più forte di prima.

Dopo colazione feci una lunga passeggiata in quella che per me è la Nara più bella, quella che mi ha fatto giurare di tornarci: la Nara silenziosa, pittoresca, più autentica, meno frequentata dai turisti, fatta di piccoli santuari uno dietro l’altro, alberi affacciati su vialetti poco trafficati, stradine piene di pace, minuscoli giardini fioriti, piccole, graziose botteghe e boutique molto hipster. 

Nara mi è rimasta nel cuore, nonostante il broncio che avevo messo su il pomeriggio precedente. Ho poche fotografie delle mie 24 ore passate lì, ma quello che importa davvero è dentro di me. La sensazione di quelle ore del mattino trascorse a passeggiare lentamente, senza meta; i minuti passati a osservare il giardino interno del ryokan, poco dopo il risveglio; il tè bevuto con la proprietaria che mi mostrava sulla mappa le cose degne di nota; il momento in cui, prima di dormire, la sera prima, mi ero messa a scrivere al tavolo basso della sala comune; la passeggiata nel poetico giardino Isuien…

Il giardino è in realtà la combinazione di due giardini diversi progettati per passeggiare attorno ai rispettivi laghetti: uno dei due risale al periodo Edo (1603-1868), l’altro al periodo Meiji (1868-1912). Isuien ha anche un piccolo museo d’arte cinese, coreana e giapponese ed un ristorante e sala da tè.

… Eppure era il momento di rimettermi in treno alla volta di Kyōto, che sarebbe stata la mia ultima tappa. Ma a Nara, lo so, ci tornerò.

***

La prossima sarà l’ultima puntata di Inseguendo i sakura. È evidente a chiunque stia continuando a leggere questo racconto – e lo è soprattutto a me stessa – che non provo più lo stesso entusiasmo di un tempo. Ciò è dovuto a vari motivi. Sicuramente, questo periodo è tremendo e assurdo per tutti noi; poi, molto semplicemente, il ferro va battuto finché è caldo. E il ferro, per altrettanti motivi, si è ormai raffreddato da un bel po’. Il viaggio di cui ho continuato a parlare e a cui non ho mai smesso di pensare in questi due anni non sarebbe potuto partire in modo peggiore. Gli avvenimenti che in quel periodo mi sconvolsero, purtroppo, non si sono riassorbiti magicamente, non sono da considerarsi un “brutto ricordo”, e costituiscono per molte persone, e per la vita in generale, un mostro orribile con cui fare i conti – cosicché, in aggiunta, anche se questa è una bazzecola a confronto, hanno “sporcato” in parte il mio sentimento e il mio entusiasmo.

Nel frattempo, per due volte, e per ragioni diverse tra loro, mi sono trovata a rimandare (prima) o annullare (dopo) il mio ritorno in Giappone, e ammetto di averlo  detestato anche un po’, questo benedetto Giappone. Ma lui è tra i miei amori più longevi, e si sa, tutte le storie d’amore hanno i loro alti e bassi. Perciò, ora più che mai, sento il bisogno, nonostante la fatica interiore, di prendermi cura dei miei ricordi, dei miei desideri, e, in fin dei conti, di questo amore.

Perciò, dicevo, la prossima sarà l’ultima puntata di Inseguendo i sakura, e lo sarà non perché mi sia stufata ma perché parlerà effettivamente dell’ultima tappa del mio viaggio: mi sono sforzata, nonostante la pigrizia, i malumori e le mie tempistiche bibliche, di portare questo diario “postumo” fino alla fine. Voglio pensarmi vittima di un buffo incantesimo per cui, fino a che non finirò di raccontare un viaggio, non potrò farne un altro, né superare tante piccole grandi cose bloccate e aggrovigliate che ogni tanto mi fanno inceppare – del resto, bloccati e aggrovigliati siamo un po’ tutti, data la situazione.

Voglio pensare che, finito questo racconto, tutto in qualche modo si aggiusterà. Perciò provo ad andare con ordine. Un passo alla volta.

(Continua…)

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