Inseguendo i sakura XVI – Fuga da Naruto

Inseguendo i sakura va avanti, seppur con meno convinzione del solito, visto il periodo… ma va avanti, e questo è l’importante.

Si chiude in questa puntata il giro che descrive la seconda parte del mio viaggio in Giappone. Con un cambio di programma e un rientro anelato all’atmosfera gioiosa e popolata di Takamatsu, mi rassereno, prima dell’ultima notte in Shikoku.

La prima puntata di Inseguendo i sakura si trova qui; la puntata precedente, qui.

***

In quarantena autoimposta in via precauzionale, a due anni esatti dal quel mio epico e preziosissimo viaggio in Giappone, mentre la mia seconda visita è stata annullata per la seconda volta (la prima volta, un anno fa, lo volli io, e si trattò solo di rimandare, perché non era il momento, ma soprattutto perché volevo tornarci con la mia persona speciale; la seconda, ora, per ovvie cause di forza maggiore, e stavolta proprio non so quando potrò tornarci), sono particolarmente propensa all’autocommiserazione e all’autofustigazione, perché le cose o si fanno quando è il momento, quando hanno senso, o non si fanno per niente… e quindi mai come in questo momento sarei tentata di mollare questo racconto postumo, anche perché il mio amore per il Giappone, in questo momento, ogni tanto vacilla.

Mai come in questo periodo trovo che tutto quello che viene lasciato, rimandato, sia perso, e così questo diario di viaggio: che senso ha, dopo che sono passati due anni da quel viaggio lì, continuare imperterrita a volerne parlare, se non l’ho fatto quando ero tornata da poco, quando tutti i ricordi erano ancora vividi dentro di me?

Ma allora non avrebbe avuto senso nemmeno scrivere le scorse puntate, quando mi andava, in questi due anni – eppure l’ho fatto. Penso che mi scoccia non finire le cose,  anche se (o forse proprio perché) è una mia tendenza; inoltre, se non dovessi finirlo, non avrebbero senso nemmeno il tempo, il cuore e le energie che, nei mesi scorsi, gli ho dedicato.

E dunque no, uno sforzo devo farlo.

Oltretutto, proprio ora può avere ancora più senso: perché, se il secondo viaggio l’ho rimandato di nuovo, ha ancora senso star qui a parlare del primo, dato che ancora non è stato detto tutto; perché continuare a prendermi cura dei ricordi e dei pezzi di me è forse l’unico modo che ho per non farmelo “uscire dal cuore” (o dallo stomaco) una volta per tutte, questo Giappone: un modo per ricordarmi che è lì, è sempre lì, e così come mi ha resa felice una volta, può rifarlo, appena ce ne sarà di nuovo l’occasione, appena ci sarà concesso di riabbracciarci – a me con lui, e a tutti noi con tutti noi.

Allora provo a continuare, pur senza sapere se questo slancio continuerà per davvero fino alla fine del mio racconto di viaggio (sarà bene sottolineare che, comunque, manca ormai davvero poco al volo di ritorno).

Ottimismo

Effettivamente, c’è una certa coerenza con l’argomento di oggi: il mio umore, mentre scrivo, è molto simile a quello che avevo mentre mi trovavo a Naruto, dove ero approdata dopo la giornata stancante e un po’ desolante in giro per templi buddhisti e periferie trasandate dello Shikoku.

Ci ero andata perché il giorno dopo avrei voluto vedere i vortici di Naruto, che si creano, per via del moto delle maree, sullo stretto di Naruto, appunto. Arrivata in stazione, dovetti aspettare un autobus per circa un’ora, insieme ad altre persone confuse e spazientite come me. E mentre aspettavamo tutti quel bus che ci avrebbe avvicinati allo stretto in questione (nei paraggi del quale io avrei pernottato), iniziavo a capire che dopo l’antipasto della giornata appena trascorsa, mi ero davvero spinta fino a luoghi „remoti“ e poco frequentati.

Comunque, dopo un bel po’ di tempo dal mio arrivo in treno a Naruto, e con l’umore che peggiorava sempre più, ero finalmente arrivata al capolinea del bus, che costeggiava il mare, e non molto lontano dal ryokan in cui alloggiavo, che si trovava proprio al di sopra dello stretto: la mia camera aveva delle finestre a vetri da cui si vedevano il ponte sullo stretto e il mare.

stretto di naruto

Doveva essere una sistemazione bellissima, accogliente. Ma era anch’essa un po’ trasandata. Ebbi l’impressione di essere l’unica cliente della struttura, e la mia stanza (anzi, il mio mini-appartamento) era sì grazioso, ma aveva tutta l’aria di non essere né frequentato né pulito da un po’. Non era davvero sporco, ma ovunque c’era una lieve patina di polvere che mostrava come  non fosse stato a lungo del tutto abbandonato, ma come nessuno si fosse nemmeno preoccupato di dargli una rinfrescata prima del mio arrivo.

Non fu quindi la migliore delle accoglienze, perché già il mio umore non lo era, affatto. Comunque, mi sistemai. La sera, mi venne servita la cena in camera, e quella volta fu la prima in cui mi sentii veramente, irriducibilmente sola. La cena era impeccabile, mi fu servita con grazia ed eleganza, ed era buonissima – avrei solo voluto qualcuno con cui condividerla. Quella sistemazione che, al netto delle piccole pecche, sarebbe stata così romantica in due, per me era un po’ sprecata – sentivo – specialmente mentre già soffrivo del sentirmi sperduta nel mezzo del nulla.

Gustai la cena (e fui persino capace di pulire e mangiare uno dei due pesci interi con le bacchette) mentre guardavo Netflix, per cercare di risentirmi a casa e un po’ in mezzo al mondo. Dopo cena, satolla, dissi al gestore del ryokan che non avrei consumato la colazione, perché sarei stata ancora troppo piena dalla sera prima; decisi anche che sticazzi dei vortici, perché io ero troppo giù, e avevo bisogno di scappare da lì e tornare nel mondo civilizzato.

La mattina seguente mi alzai presto per fare una passeggiata sul mare prima di salutare Naruto: ero immersa nel silenzio e nella luce tenue della prima mattina. Sedetti per un po’ sulla spiaggia ad osservare le attività delle imbarcazioni e dei pescatori. Poi, tornai al ryokan, recuperai le mie cose e mi feci chiamare un taxi che mi riportasse in stazione, ché se avessi aspettato i mezzi forse sarei ancora lì.

Takamatsu mi mancava, ma prima di farvi ritorno, usai il tempo risparmiato a Naruto per visitare altri due templi del cammino degli 88 di Shikoku: Zentsu ji e Konzo ji. Si trovavano entrambi a circa due ore e mezzo di treno da Naruto, nei paraggi di Takamatsu.

Il primo, Zentsu ji, è tra i più importanti del circuito, dato che è qui che Kōbō Daishi nacque, ed è sicuramente il più grande. Gli enormi alberi di canfora all’ingresso sono millenari, e pare che le loro fronde offrissero ristoro già al ragazzino Kūkai, prima che diventasse maestro del buddhismo Shingon e acquistasse l’epiteto di Kōbō Daishi.

Uno degli alberi di canfora all’ingresso di Zentsu Ji

La monumentale pagoda a 4 piani di Zentsu Ji

Dopo le mie visite ai templi, che riequilibrarono il mio spirito e il mio bagaglio culturale, tornai a Takamatsu e andai a visitare il parco che oggi occupa l’area su cui in passato sorgeva il castello della città (il fossato è ancora lì).

Passai molto tempo passeggiando mentre osservavo i decori e gli equilibri più austeri rispetto a quelli a cui mi ero abituata in quei giorni giapponesi: colori più scuri, molte più rocce, linee geometriche… l’ambiente, nonostante il sole stesse tramontando, era freddo – eppure, non riuscivo a staccare gli occhi da tutto ciò che mi circondava, silente e maestoso.

Mi sedetti sotto ad una pagoda di legno a guardare il sole che scompariva sotto l’orizzonte, poi mi spostai verso un’area adiacente al parco, dove i sakura in fiore rallegravano l’atmosfera e decine di persone, dopo aver varcato l’ingresso del parco con in mano buste della spesa, si dedicavano all’hanami, brindando e ridendo tra loro. Continuavo a sentirmi un po’ sola ed estranea al tutto, ma da quando ero rientrata a Takamatsu mi sentivo anche molto più serena, e questo mi bastò per godermi quanto mi circondava.

La sera era scesa da un po’, e presto il parco sarebbe stato chiuso: mi avviai verso il mio albergo. Quella sarebbe stata la mia ultima notte in Shikoku, mentre il giorno dopo, alla volta di Nara, sarebbe iniziata la terza e ultima parte del mio viaggio, alla scoperta di ciò che del Kansai ancora non avevo visto.

(Continua…)

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