Inseguendo i sakura: Ishite Ji, tempio 51 del pellegrinaggio degli 88 templi di Shikoku

Inseguendo i sakura XIV – 88 templi di Shikoku, #51: Ishite Ji

Dopo la dolcissima accoglienza che Shikoku mi ha riservato, trascorro la mattinata tra vari templi buddhisti di Matsuyama. In particolare, ad Ishite Ji, il numero 51 del cammino degli 88 templi di Shikoku: disseminati lungo tutta la costa dell’isola, sono templi legati alla storia e al passaggio del Kōbō-Daishi, il monaco buddista che fondò la corrente Shingon del buddhismo. Dopo l’immersione nello shintoismo (in Kyūshū) familiarizzo, dunque, con l’altro pilastro della spiritualità giapponese, per poi rimettermi sul treno, diretta verso la città di Takamatsu. Ecco, quindi, il racconto della mia seconda giornata in Shikoku, sempre all’inseguimento del fronte di fioritura dei ciliegi, che qui mi sembrarono esplodere della loro (fugace) vitalità più che al sud.

(L’inizio di Inseguendo i sakura è qui e la puntata precedente, ovvero la prima parte del racconto di Matsuyama, qui)

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Inseguendo i sakura XIV – Cammino degli 88 templi #51: Ishite Ji

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: talismani coloratissimi che ornano tempio 51 del pellegrinaggio degli 88 templi

31 marzo – Matsuyama (2/2)

Matsuyama mi aveva già molto rasserenata con la sua bellezza delicata e con la sua storia; prima di lasciarla, volevo iniziare a conoscere da vicino la tradizione buddhista giapponese, che in Shikoku è radicata e visibile ovunque, anche grazie alle tappe di un pellegrinaggio importantissimo.

Il cammino degli 88 templi è un percorso di circa 1200 km che si articola prevalentemente sulla costa di Shikoku e collega, appunto, 88 templi buddhisti nei quali il monaco Kūkai (774-835) avrebbe trascorso del tempo in preghiera nel corso della sua vita e della sua attività di sacerdote e lavoratore.

Kūkai fu anche un esperto calligrafo, tanto che qualcuno dice abbia inventato i sillabari fonetici kana, ovvero l’insieme di caratteri hiragana e katakana che, assieme ai kanji (di origine cinese), sono i pilastri della lingua giapponese; altre fonti gli attribuiscono la sola invenzione dell’hiragana; altri ancora ritengono, invece, che i sillabari non abbiano affatto a che fare con Kūkai…

… nessuno si sognerebbe però di negare il ruolo importantissimo e rivoluzionario di Kūkai nella storia e nella diffusione del buddhismo in Giappone.

Sin dalla sua morte, Kūkai viene ricordato con l’appellativo di Kōbō-Daishi (Grande Maestro), perché è la figura di riferimento per i buddhisti della scuola Shingon, da lui fondata di ritorno da un lungo viaggio in Cina. Questa corrente è basata sul principio che chiunque possa raggiungere la massima aspirazione – trasformarsi in Buddha – in questa vita, grazie ad un grande impegno e alla dedizione all’amore di Buddha, al quale affidarsi completamente per raggiungere la meta.

Grazie ai principi e alle predicazioni del Kōbō-Daishi, il buddhismo divenne più comprensibile, più inclusivo, più praticabile. Una religione per tutti, uomini e donne di ogni estrazione sociale – mentre prima era diffuso soltanto nei ceti ricchi e praticamente precluso alle donne: in una parola, il buddhismo divenne con Kōbō-Daishi una religione democratica.

Molti degli 88 templi che oggi fanno parte del pellegrinaggio di Shikoku esistevano già prima delle predicazioni di Kūkai, e facevano parte di altre, antiche vie di pellegrinaggio. Ma dopo che egli ebbe frequentato quei templi per le sue meditazioni, il segno lasciato delle sue visite e dai suoi insegnamenti iniziò a rimanere impresso tra i suoi contemporanei…

… Si narra che in Shikoku vivesse un ricco signore molto egoista, Emon Saburō, che per diverse volte aveva scacciato in modo disumano un mendicante che aveva bussato alla sua porta, sino a quando questi non si presentò più. Da quel momento, il ricco signore cadde progressivamente in disgrazia, rimase solo, perse molto di ciò che possedeva, e invecchiò, malato e miserabile, fino al momento del suo pentimento, quando si ricordò del mendicante che tanto tempo prima aveva scacciato, e decise di mettersi in cammino per cercarlo.

Iniziò, così, un suo personale pellegrinaggio fra i templi della regione, battendo tutti i sentieri a quel tempo percorsi da fedeli e monaci buddhisti, nella speranza di incontrarlo e chiedergli perdono, e lasciava il suo nome affisso in ogni tempio da cui passava; pare però che, ogni volta che arrivava in un tempio, mancasse il mendicante/monaco per delle frazioni di secondo, o lo precedesse di poco.

Saburō completò il primo giro dell’isola senza trovare colui che stava cercando, e decise di rimettersi in marcia sullo stesso percorso. Così per molte volte ancora, completando giri su giri senza mai raggiungere il suo obiettivo, sino a quando sentì che non ne aveva più le forze: allora, sul tragitto tra un tempio e un altro, sentendo che stava per morire, si inginocchiò e, dolorosamente, si rassegnò al suo destino e al suo fallimento.

Fu proprio allora che Kōbō-Daishi apparve davanti a Emon Saburō: complimentandosi per essere stato trovato, lo perdonò, concedendogli persino un ultimo desiderio prima della sua morte.  L’uomo chiese di poter rinascere ancora più ricco di come era stato nella sua vita per poter far del bene a chi ne avesse bisogno (bella paraculata, mi permetto di pensare). Kōbō-Daishi gli garantì che lo avrebbe accontentato e scrisse qualcosa su un sasso che pose nella mano di Emon Saburō: questi morì stringendolo nel palmo, e così fu sepolto.

Qualche giorno dopo, poco lontano, una donna diede alla luce un neonato che teneva il pugno serrato. Mostrato ad un sacerdote della zona, il piccolo dischiuse il pugno solo mentre questi intonava i sutra*, e in quel momento tutti poterono vedere il sasso che era stretto nella sua manina, su cui c’era scritto qualcosa:

“Emon Saburō, rinato in questo mondo a nuova vita” 

Il sasso donato dal Kōbo-Daishi a Emon Saburō, il primo pellegrino (e, di fatto, il fondatore) di quello che oggi è noto come cammino degli 88 templi, è ancora custodito nel tempio numero 51, che si trova proprio a Matsuyama, a pochi passi dal centro: Ishite Ji  vuol dire proprio tempio della pietra in mano. Il suo cancello Niomon è stato designato tesoro nazionale, mentre la pagoda a tre piani e la sala principale sono per il Giappone patrimonio culturale. 

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: la pagoda
La pagoda del tempio Ishite Ji
Inseguendo i sakura: Ishite Ji, tempio 51 del pellegrinaggio degli 88 templi di Shikoku: dettagli del soffitto della pagoda, patrimonio culturale dello stato, soffitto a cui sono appesi tanti amuleti decorativi e coloratissimi
Amuleti appesi a decine al soffitto della pagoda

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: particolare dei ritratti che arredano la pagoda del tempio, che è tesoro nazionale

Inseguendo i sakura: Ishite Ji, tempio 51 del pellegrinaggio degli 88 templi di Shikoku: la statua che raffigura la leggenda del bambino nato stringendo il sasso donato da Kōbo-Daishi
La statua che raffigura la leggenda di Kōbō-Daishi ed Emon Saburō, che diede avvio alla tradizione del pellegrinaggio buddhista in Shikoku
Inseguendo i sakura: Ishite Ji: dettaglio della statua che raffigura la leggenda del bambino nato stringendo il sasso donato da Kōbo-Daishi: in questa foto c’è un primo piano del sasso
Il sasso della leggenda…

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: dettaglio della statua che raffigura la leggenda del bambino nato stringendo il sasso donato da Kōbo-Daishi: mezzobusto della statua

Passai molto tempo all’interno dell’area del tempio, ripercorrendo la storia di Kūkai e la leggenda di Emon Saburō con la pelle d’oca, mentre osservavo tutti quei dettagli e riti ricorrenti che vedevo per la prima volta in Shikoku, e che imparai essere caratteristici del buddhismo (anche se, purtroppo, per molti degli oggetti e delle usanze non ho ancora trovato spiegazioni): soprattutto, mi colpirono tutti gli amuleti e le decorazioni coloratissime che adornavano ogni struttura, ogni statua, ogni angolo dell’area sacra.

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: amuleti e rituali

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: la pagoda, altri dettagli e decorazioni

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: la pagoda, altri dettagli

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: amuleti e rituali - 3

Inseguendo i sakura: Ishite Ji: amuleti e rituali - 2

Il pellegrinaggio degli 88 templi è una tradizione radicata e sentita per numerosi fedeli. Moltissimi, nei secoli, si sono messi in marcia a piedi per visitare uno per uno tutti i templi legati al Kōbō-Daishi, e alcuni lo fanno tutt’ora.

Si tratta degli henro, i pellegrini a piedi, che percorrono tutto il circuito in circa due o tre mesi, e hanno un equipaggiamento inconfondibile. Indossano abiti bianchi (hakue), simbolo della sincerità delle loro intenzioni; un cappello di paglia a punta (sugegasa) che li protegge da sole e pioggia; infine, l’irrinunciabile bastone (kongōzue) dotato di sonagli, che rappresenta il Kōbō-Daishi, e che i pellegrini sbattono per terra continuamente come per riportarlo in vita col suono dei sonagli. Da qualche parte, poi (per esempio sullo zaino) i pellegrini recano la scritta dogyō ninin: due persone nello stesso viaggio, a significare che Kōbō Daishi è il loro compagno di viaggio.

Al giorno d’oggi, è raro che qualcuno decida di percorrere tutto il sentiero a piedi; è molto frequente trovare autobus organizzati che accompagnano frotte di pellegrini moderni di tempio in tempio: meno poetico, sicuramente, ma trovo bello che questa tradizione non sia scomparsa, e che gli altri rituali del pellegrinaggio siano rimasti invariati.

Fui così fortunata da trovare ad Ishite Ji un gruppo di henro, che osservai e ascoltai a lungo, i loro volti in ombra per il sugegasa mentre intonavano i sutra* in punti diversi dell’area del tempio, sbattendo i bastoni e cantando assorti.

Inseguendo i sakura: henro, pellegrini in visita al tempio Ishite Ji, mentre cantano intonando i sutra in preghiera

Se stessero camminando per il circuito o se li aspettasse qualche pullman moderno con l’aria condizionata e i sedili reclinabili, non lo so, e nemmeno mi importa: veder praticare quel rito antichissimo con i miei occhi, proprio nel luogo in cui la leggenda plasmò la storia fu, per me, un’esperienza irripetibile, e mi presi tutto il tempo necessario per fissarla nella memoria.

Inseguendo i sakura: Ishite Ji, tempio 51 del pellegrinaggio degli 88 templi di Shikoku: l'ingresso della pagoda principale, che è patrimonio culturale del Giappone Inseguendo i sakura: Ishite Ji:, particolare

Inseguendo i sakura: Ishite Ji, tempio 51 del pellegrinaggio degli 88 templi di Shikoku: tante statue di Buddha e neonati che disseminano l'area del tempio all'ingresso, prima di arrivare nell'area principale
Statue all’ingresso dell’area sacra
Inseguendo i sakura: Ishite Ji: particolare della campana alla quale i fedeli suonano il gong
Il gong, che la tradizione prescrive di suonare ad ogni visita al tempio

Inseguendo i sakura: Ishite Ji, dettaglio

Tornando verso la zona del Dōgo Onsen, visitai velocemente altri due templi, Gian Ji ed Enman Ji, che si dice protegga il Dōgo dagli incendi, e nel quale c’è la statua di Jizō, a cui si attribuisce il “miracolo” di aver riattivato, in passato, le acque della sorgente termale dopo un arresto inaspettato.

E così, avevo finito le attrazioni e il mio tempo a disposizione a Matsuyama. Verso mezzogiorno, mi rimisi in viaggio, diretta verso nord: la mia prossima tappa sarebbe stata la città di Takamatsu.

Mentre mi allontanavo, in treno, capii che Matsuyama avrebbe avuto per sempre un posto speciale nel mio cuore, e non solo per la sua bellezza: lì, tante persone mi avevano fatta sorridere e avevano voluto interagire con me, chiedendomi da dove venissi, e illuminandosi quando sentivano la parola „Italy“.

Per esempio, mentre facevo un giro per negozi, una signora mi aveva fermata per chiacchierare con me. Mi disse che aveva un negozio di tè ad Osaka, e proprio non riuscii a capire dalle sue spiegazioni che cosa ci facesse a Matsuyama con una valigia… comunque, in quel periodo lei era molto impegnata. Mi disse di aver vissuto a lungo a Matsuyama, e che ero bella: „Like movie star!“. Alla fine della chiacchierata, le diedi perfino la mano, malgrado in Giappone sia quasi tabù. Ma a me venne spontaneo. Pazienza, almeno avevo anche io lasciato un segno in Giappone, un piccolo spiraglio sulle usanze dell’occidente. Lei fu dolcissima.

Proprio come il vecchietto in bicicletta che, ad un incrocio in centro, volle a tutti i costi parlare con me, anche se non ci capivamo. mi parlò dei sakura e recitò una filastrocca su un’ocarina: cosa mi disse, purtroppo, mai lo saprò.

Come il proprietario del BC Café; come Kennedy, il ragazzo del Kenya che girava per Shikoku in bicicletta; e persino come la signora che lo aveva invitato a pranzo da lei, che non ho avuto il piacere di conoscere ma che, almeno nei miei pensieri, è pacioccona, simpatica e generosa.

Quegli incontri veloci li porterò sempre con me. E con essi Matsuyama, la città dalle tinte pastello che, gentile e pacata, mi aveva accolta tra le sue braccia rassicuranti.

Ancora una volta, ripartire mi dispiaceva…

… ma altri tesori aspettavano di essere scoperti.

(Continua…)

(*) sutra: testi inclusi nei testi sacri della scuola buddhista di riferimento. Ci sono tre categorie, o Canoni di testi sacri, che includono principi di vita, sermoni, aforismi, insegnamenti.

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