Inseguendo i sakura - Matsuyama: dettaglio di una lanterna rossa appesa a dei rami di ciliegi in fiore con sullo sfondo la città di Matsuyama vista dall'alto dal suo castello

Inseguendo i sakura XIII – Buongiorno, Shikoku: l’accoglienza gentile e pacata di Matsuyama

Di come approdo a Matsuyama quasi nel cuore della notte, risveglio il corpo immergendolo nelle acque nobili dell’antichissimo Dōgo Onsen (l’onsen più antico del Giappone), faccio una scorpacciata di sakura al parco e una di sushi e omelette a pranzo, il tutto riconciliandomi con gli urbanisti nipponici. Racconto, insomma, di come vengo dolcemente accolta e coccolata dall’isola di Shikoku, che sa subito come consolarmi del mio commiato dal Kyūshū. Dove lo racconto? Ma naturalmente in una nuova avvincente puntata del poema in prosa Inseguendo i sakura, che dice tutto, ma proprio tutto, quello che è successo nelle mie due settimane a spasso per il Giappone.

Di tempo, da quel viaggio, ne è passato, ma i ricordi sono ancora vividi e dolcissimi, e scrivere mi aiuta a ripassarli. L’inizio di Inseguendo i sakura si trova qui e la puntata precedente qui.

ATTENZIONE: questo è un altro post molto lungo.

***

Dal mio diario di viaggio:

“Sta storia dei cessi giapponesi, no.

A parte il fatto che il più delle volte non capisco nemmeno come si tira lo sciacquone (nell’ultimo hotel l’ho capito solo dopo il primo pernottamento: c’era una leva di metallo nascosta dietro la tazza, che ero convinta facesse parte dell’ancoraggio al muro).

A parte che sono mezzi più tecnologici del pannello di controllo di un aereo.

A parte il sedile riscaldato.

A parte che spesso e volentieri appena ti ci siedi iniziano a gorgogliare e tu non capisci cosa stiano facendo.

A parte il bidet incorporato, che mai proverò, perché mi fa senso a prescindere.

A parte tutto questo.

Ma il riproduttore di suoni integrato nei bagni pubblici? Ne vogliamo parlare? A tutto hanno pensato sti giapponesi… meno che alla carta per asciugarsi le mani al lavandino del bagno*. Credo sia una scelta etica pro-tutela ambientale, come anche la carta igienica impalpabile, ché ogni volta ne consumo sei metri.

Poi però al mercato i limoni li incartano a uno a uno nel cellophane.

I fagiolini, a cinque a cinque.

Boh.”

Dall’imperdibile pamphlet Le mitiche contraddizioni del Giappone secondo Carlotta.

Ma digressioni a parte.

Inseguendo i sakura XIII – Buongiorno, Shikoku: l’accoglienza gentile e pacata di Matsuyama

Inseguendo i sakura - Matsuyama: una foto in bianco e nero ritrae due anziani che scattano delle foto in riva al fossato che circonda il Dōgo Kōen, con sullo sfondo prima un sakura in fiore, e poi dei moderni grattacieli
Uomini intenti a scattare foto in riva al fossato che circonda il Dōgo Kōen, ovvero il parco di Matsuyama

30 marzo 2018 – Matsuyama

Il traghetto che dall’isola di Kyūshū mi portò nello Shikoku attraccò al porto di Matsuyama (nel sud-ovest dell’isola) prima dell’alba. Quando scesi, era ancora buio pesto e, di nuovo a piedi nel buio, raggiunsi la stazioncina di Takahama prima ancora della prima corsa della giornata: c’eravamo solo io e il capostazione.

Aspettai un po’ e poi salii sul primo treno, che mi portò verso il centro della città, mentre fuori dal vagone il sole sorgeva e, dentro, io leggevo il primo dei Quaderni giapponesi di Igort. Alla stazione di Otemachi scesi, e presi un tram che mi avrebbe portata al Dōgo Onsen, ovvero la stazione termale – narra la leggenda – più antica di tutto il Giappone. In tram potei osservare un bel pezzo di Matsuyama, e notai che era molto più graziosa delle città giapponesi che avevo visto sino ad allora: vidi parchi, sakura in fiore, un palazzo che poteva essere il municipio, o la prefettura, o forse un tribunale, un edificio imponente e dalle linee eleganti: la mia prima impressione fu decisamente positiva.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: la piccola stazione ferroviaria, proprio di fronte alla più antica stazione termale giapponese: il Dōgo Onsen
La piccola stazione ferroviaria di fronte al Dōgo Onsen. Sembra fatta di Lego

Quando arrivai al Dōgo Onsen erano appena le 7 del mattino. Dōgo è il nome della pianura su cui sorge Matsuyama, che è la capitale della prefettura di Ehime, nel sud-ovest di Shikoku: la pianura dà il nome alla stazione termale, al parco della città, (il Dōgo Kōen, in cui avrei passeggiato più tardi), all’albergo in cui avrei dormito e, immagino, a un mucchio di altre cose ancora.

L’edificio in legno che ancora oggi ospita il Dōgo Onsen fu costruito nel 1894 ed è un importante sito culturale del Giappone. La storia – o meglio la leggenda – della sorgente termale è, però, molto più antica: si narra, infatti, che circa 3000 anni fa un airone bianco con la zampa ferita guarì dopo averla fatta lambire dall’acqua calda che zampillava da una crepa nelle rocce del Dōgo. Allo stesso modo, un’antica divinità sarebbe guarita dopo essersi immersa nelle acque sulfuree della sorgente, e subito dopo si sarebbe messa a ballare di gioia su una pietra tondeggiante lì vicino. Queste leggende sono rappresentate in diverse decorazioni nelle stanze del Dōgo Onsen, e in particolare l’airone è ritratto spesso, anche in una statua che caratterizza l’edificio dall’esterno. Negli anni, la fama delle acque della sorgente non si è mai affievolita, grazie alle proprietà curative dello zolfo.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: l'edificio in legno che ospita il Dōgo Onsen dal 1894
L’esterno del Dōgo Onsen

Inseguendo i sakura - Matsuyama: foto scattata all'esterno del Dōgo Onsen

Appena arrivata, mi dedicai alla mia attività di viaggio preferita dopo le indigestioni di ciliegi in fiore: mollare le valigie negli armadietti a monetine, di cui il venerando bagno termale è intelligentemente dotato. Acquistai, poi, il biglietto d’ingresso e lasciai le scarpe rigorosamente al di fuori della struttura, come mi fu chiesto dal bigliettaio. Ero pronta a godermi l’acqua più leggendaria dell’arcipelago.

Nella struttura ci sono due aree per immergersi, il Tama-no-yu (acqua dello spirito) e il Kami-no-yu (acqua degli dei), ciascuna suddivisa in due spazi indipendenti per le vasche di uomini e donne: le provai entrambe, ed esteticamente nessuna delle due mi parve fantasmagorica. Molto belle sono però le piastrelle dipinte e i mosaici che illustrano le leggende dell’onsen e che si possono ammirare mentre si sta a mollo.

Il bello del Dōgo Onsen, per me, è l’intrecciarsi di storia e leggenda. È la sua atmosfera ad affascinare: la struttura odierna rimasta identica a quella che era quando fu costruita, così come – penso osservando lo staff all’interno – le abitudini e le mansioni del personale (nessuno, tra l’altro, parla una parola di inglese); il legno consumato delle stanze; le scale ripide, strettissime e scricchiolanti (da una stavo per rotolare, scendendo al piano terra con lo yukata (vestaglia leggera) e i miei piedi troppo grandi per quei gradini)…

Che bella sensazione arrivare lì dopo una notte di viaggio, bisognosa di una doccia e infreddolita dall’aria dell’alba, poter indossare lo yukata e lavarmi accuratamente (sempre molto meno accuratamente dei locali, che stanno ore a strofinarsi incuranti dell’acqua che scorre – si veda nuovamente, a tal proposito, il succitato pamphlet sulle contraddizioni nipponiche in materia ambientale – e della loro pelle che per quanto ne so potrebbe anche cascare domani), per poi immergermi nell’acqua bollente. Rimasi nell’acqua più a lungo del mio solito, a riscaldarmi e rilassarmi.

Pur trattandosi di un’istituzione storica e di una tra le attrazioni turistiche principali di Shikoku, il Dōgo Onsen non è affatto caro. Ci sono diversi tipi di biglietti a seconda del trattamento che si vuole ricevere: semplice accesso alle vasche; accesso alle vasche con tè servito in una sala comune al piano superiore; accesso alle vasche e merenda servita in una camera privata, con visita guidata allo Yushiden: il bagno riservato alla famiglia reale giapponese, aggiunto alla struttura nel 1899, in occasione di una sua visita all’onsen.

Visti i prezzi così accessibili mi concessi la tamarrata della merenda servita dopo il bagno in una stanza di tatami tutta per me, dove potei vestirmi e svestirmi e acconciarmi le chiome in tutta libertà. Probabilmente, oggi sceglierei di farmi un tè vociando e scambiandomi impressioni con altri turisti come me, ma evidentemente non ero ancora stanca della mia solitudine e della mia spocchia.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: io nello yukata e la merenda a base di Dangō e tè che ho gustato in una camera privata al terzo piano del Dōgo Onsen, dopo il bagno

Dopo essermi rivestita, gustai il mio tè accompagnato da un dango (spiedino dolce di tre palline colorate) sentendomi Lady Mary – non credo però che, a Downton, qualcuno si sia mai permesso di lanciare peti fragorosi come quello che sentii provenire da una stanza vicina, nell’indifferenza generale, proprio come prescrive il codice dei samurai.

Quindi, visitai lo Yushiden (secondo me merita davvero una visita) e la stanza dedicata a Sōseki Natsume, uno dei più importanti scrittori giapponesi moderni. Pare che fosse un assiduo frequentatore del Dōgo Onsen nel periodo in cui, trasferitosi da Tokyo, insegnava a Matsuyama, e che ad esso si sia ispirato per descrivere il bagno termale in cui si recava sempre il Signorino del suo romanzo Bocchan.

Pulita, acculturata, rigenerata da quell’immersione (non solo figurata) nella storia del Giappone, uscii dall’onsen per godermi la luce del sole ed esplorare il resto della città.

Incontrai un ragazzo che era arrivato a Matsuyama col mio stesso traghetto, al quale la sera prima avevo chiesto conferma di essere nel posto giusto per imbarcarmi, e scambiammo due parole. Kennedy è originario del Kenya, ha studiato a Nagoya e lavorava a Fukuoka occupandosi di semiconduttori; viveva in Giappone da una dozzina d’anni (e probabilmente ci vive ancora) ed era in quella zona per un tour in bicicletta di qualche giorno. Kennedy, infatti, aveva una bicicletta molto fedele, e una altrettanto fedele (ma molto più fastidiosa) allergia ai pollini. Non tornava in Kenya dalla sua famiglia da cinque anni e mi disse che, da quando la sorella si era trasferita in Australia, preferiva usare le sue ferie solo per viaggiare e, ogni tanto, per andarla a trovare (pensai a me e ai miei sensi di colpa per le ferie che uso per farmi i fattacci miei anziché andare dai miei). Quel giorno era diretto a Imabari, un paesino sulla costa, per andare a trovare una signora che pure era sul nostro traghetto, con la quale aveva scambiato giusto due parole in viaggio, ma che era stata così gentile da invitarlo a pranzo.

Ma perché raccontare tutti i fatti privati del povero Kennedy? È forse un personaggio chiave per lo svolgersi di questo racconto? Lo ritroveremo nelle pagine seguenti? Assolutamente no; ma sono ricordi anche questi e, a tutte le persone con cui ho potuto fare quattro chiacchiere durante il viaggio (e a Matsuyama ce ne furono diverse), continuo a pensare di tanto in tanto, e sempre sorridendo. Mi piacque la sensazione di incontrare qualcuno di vagamente conosciuto in un luogo estraneo ma tanto amato. Ci stringemmo la mano, ci augurammo buona fortuna e buon divertimento e andammo ognuno per il suo itinerario.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: una donna di spalle siede su una panchina sotto a una fila di lanterne decorative rosa shocking

Lasciai il bagaglio in hotel e avviai le mie esplorazioni. Improvvisamente, a poche ore dall’arrivo sulla nuova isola, per le strade dell’accogliente e pittoresco centro storico di Matsuyama, notavo colori ed elementi nuovi, amuleti che sulle prime non riuscivo a riconoscere, abitudini religiose che non sapevo interpretare: iniziai così a prendere confidenza con l’estetica buddhista dei luoghi di culto, e a constatare con i miei occhi come in Shikoku il buddhismo sia molto più praticato che in Kyūshū. Ci sarà modo di parlarne meglio più avanti.

Nell’Isaniwa Jinja, un santuario shintoista, mi dedicai come d’abitudine al rituale spirituale, e depositai i miei bigliettini con le preghiere tra le cure del Kami.

Poi, proseguii verso il parco della città, Dōgo Kōen, dove fui quasi colta dalla sindrome di Stendhal davanti alla prima vera, sfacciata, opulenta esplosione primaverile di ciliegi in fiore della mia vacanza. Un lezioso trionfo rosa pallido, appariscente e deciso, ma elegantissimo.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: biciclette parcheggiate e passanti al di sotto di un gigantesco ciliegio (sakura) carico di fiori al parco di Matsuyama, il Dōgo Kōen

Dōgo Kōen sorge dove un tempo c’era un castello medievale, Yuzuki Jo: di questo, l’unica traccia rimanente è il fossato, che cinge, appunto, il parco. Unica nota negativa: il colore dei teli predisposti dal comune per i picnic che i giapponesi amano fare durante il periodo di fioritura: davvero antiestetico.

Inseguendo i sakura - Al Dōgo Kōen di Matsuyama, per l'hanami: la contemplazione dei ciliegi in fiore

Inseguendo i sakura - a Matsuyama: esplosione di ciliegi in fiore al Dōgo Kōen, il parco della città, che occupa un'area su cui un tempo c'era un castello

Inseguendo i sakura - Matsuyama: sakura in fiore al Dōgo Kōen
Inestetismi

Inseguendo i sakura - Matsuyama: un sakura enorme e carico di fiori e lanterne, in piena primavera, nel parco della città, Dōgo Kōen

Inseguendo i sakura - Matsuyama: lanterna appesa ad un albero di ciliegio nel pieno della fioritura al Dōgo Kōen, il parco di Matsuyama, in Shikoku

Era solo mezzogiorno quando mi ritenni soddisfatta del mio hanami (la contemplazione dei fiori di ciliegio). Dato che avevo già fatto un mucchio di cose, mi premiai con un bel pranzo giapponese nel ristorante Oidenka, scoperto per caso nei pressi del Dōgo Onsen.

Entrata nel ristorante, mi fecero togliere le scarpe all’ingresso e mi condussero al piano di sopra, dove fu subito chiaro che si trattava di un luogo preparatissimo per l’accoglienza dei turisti: il tavolo a cui mi sedetti (un tavolo basso tipicamente giapponese al quale ci si dovrebbe sedere con le gambe incrociate) poggiava su un pavimento di tatami dotato di uno scavo per le gambe: si sta seduti comodi sullo scalino, salvando comodità occidentale ed estetica locale. Per ordinare, mi fu portato un tablet con un menu illustrato e tradotto in molte lingue: poco poetico, forse, ma decisamente pratico. Ordinai un menu di sushi, delle omelette e una ciotola di riso bianco. In stile tipicamente giapponese, c’erano molte pietanze servite tutte assieme in piccoli piatti elegantissimi; ogni cosa era – superfluo a dirsi – deliziosa.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: il mio pranzo giapponese al ristorante Oidenka

Per il caffè andai apposta al Café BC, dove si dice venga servito il miglior espresso di Matsuyama. Effettivamente il caffè era molto buono, specialmente per l’estero. In più, il locale è carinissimo: sulle mensole, decine di tazze e tazzine tutte diverse tra loro, che il gestore mi spiegò provenire un po’ da ogni parte del mondo; dietro di me, che bevevo il caffè al bancone, un grande tavolo coperto di libri, tra cui un volume su Modigliani; agli altoparlanti, musica di Bach.

Nel frattempo, il barista-proprietario preparava davanti a me il caffè “alla giapponese” con un complesso meccanismo di ampolle, fiamme e alambicchi che lo facevano sembrare un alchimista. Notai che sul menu c’era la pasta alla bolognese, e che la cameriera, in pausa pranzo, stava mangiando con la forchetta. Provai quindi a chiedere al proprietario se il suo locale avesse qualche ispirazione italiana: mi rispose che lui la adora e che vorrebbe andare presto a visitarla. Riuscimmo a scambiare altre quattro chiacchiere nonostante il suo inglese stentato e il mio giapponese inesistente.

Quell’atmosfera e quel lontano sapore di casa mi piacevano; per questo quel pomeriggio, dopo la visita al castello, ci ritornai per merenda, con la voglia di tornare in un posto grazioso e accogliente, in cui qualcuno mi conosceva. Nel bagno al primo piano avrei anche trovato, dopo ben sei giorni di viaggio, il primo rubinetto non automatico e il secondo cesso normale (ovvero senza suoni né bottoni) della vacanza.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: la mia merenda con crostata ai lamponi e gelato al tè matcha al BC Café
La merenda al BC Café: crostata ai lamponi e gelato al tè matcha

Il castello di Matsuyama, per quanto bello, non mi disse granché: i sakura, che anche lì facevano stoicamente sfoggio di sé, continuavano ad attrarmi di più. Devo però testimoniare, a onor del vero, che, come dice Lonely Planet, è uno dei pochi esemplari di castello giapponese “che offrono qualcosa di interessante da vedere anche all’interno”; inoltre, le visite dei turisti sono gestite bene dal personale, e agevolate da molte traduzioni in inglese. È bene sottolineare che si tratta, come spesso in Giappone, dell’ennesima (fedelissima) ricostruzione del castello originario, più volte distrutto da incendi, e altrettante rifatto identico.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: il castello sulla collina Katsuyama

Inseguendo i sakura - il castello di Matsuyama

Inseguendo i sakura: particolare del castello di Matsuyama, più volte ricostruito identico a come era dopo i numerosi incendi che lo hanno vessato negli anni

Inseguendo i sakura - Matsuyama: Particolare del timpano del castello della città, con davanti un ramo di rosa sakura in fiore

La cima della collina Katsuyama, su cui si erge il castello, offre una bella vista sulla città; gli amanti degli ambienti montani saranno felici di poterla raggiungere in funivia; chi poi scegliesse di scendere a piedi sappia che, lungo il sentiero, c’è il giardino Ninomaru Shiseki Tei-en. Carino.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: la vista dall'alto sulla città, dalla collina di Katsuyama, su cui sorge il castello di Matsuyama. Si vedono sakura in fiore e una riota panoramica che si distingue sulla foschia

Inseguendo i sakura: vista dall'alto, sulla città e sui rami fioriti degli alberi, all'esterno del castello di Matsuyama

Inseguendo i sakura - Matsuyama: lanterne e ciliegi vicino alla balaustra che dà sulla città, all'esterno del castello sulla collina Katsuyama

Inseguendo i sakura: all'esterno del castello di Matsuyama, persone osservano il panorama dall'alto, sotto a una fila di lanterne giapponesi rosse e bianche

In albergo, la mia camera giapponese era grande quasi quanto un appartamento, e l’onsen della struttura il più bello che avessi trovato fino ad allora: l’unico con più vasche a diverse temperature e ben due in giardino, già belle di loro, ma ancora di più al chiaro di luna di quella sera.

Inseguendo i sakura: la mia camera d'albergo in stile giapponese al Dōgo Kan, collage

La sera, prima di dormire, mi lasciai riscaldare dall’acqua ripensando alla giornata appena trascorsa, seconda culturalmente solo a quella di Udo Jingū ed Aoshima. Matsuyama, per contro, vinceva a mani basse quanto ad atmosfera, architettura e piacere di passeggiare per le sue strade: mi piaceva nel suo insieme, mi faceva sentire bene. Fu con una sensazione di familiarità, di “casa”, che quella sera mi addormentai.

Inseguendo i sakura - Matsuyama: altra coppia che passeggia al parco in primavera, circondata da vegetazione verde brillante e delicati sakura in fiore

Inseguendo i sakura: a Matsuyama, coppia passeggia al parco tra i sakura in fiore

***

Matsuyama ha ancora una cosa molto, molto speciale da offrire. L’avrei visitata il giorno seguente, dopo una dormita profonda sul futon soffice della mia stanza giapponese (e, soprattutto, dopo un bellissimo risveglio con buone notizie dall’Italia). Ha a che fare con il buddhismo e con il circuito degli 88 templi di Shikoku, ma c’è troppo da dire, e altrettanto da vedere: ne parlerò, con calma, nella prossima puntata.

(Continua…)

(*) Io, comunque, non ne avevo bisogno, perché giravo sempre con l’asciugamanino eco-friendly di spugna nello zaino. Scelte ambientaliste a cazz arbitrarie, non vi temo!

Un pensiero riguardo “Inseguendo i sakura XIII – Buongiorno, Shikoku: l’accoglienza gentile e pacata di Matsuyama”

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